One year and few months

Dove eravamo rimast*.

Dunque. Dovrei fare un mega-riassunto ordinato di tutto quel che è successo negli ultimi mesi ma conoscendomi non ne sono capace, quindi beccatevi il solito concatenarsi di suggestioni che nella mia testa sono legati da nessi logicissimi.

Mi sono trasferita a Manchester. Per la precisione vivo a Salford, lo specifico perché i Salfordians ci tengono particolarmente alla distinzione. Che poi il confine sia praticamente impercettibile e che Salford sia comunque parte della Greater Manchester, è un altro discorso.
Vivere di nuovo in una grande città, in quella che tutto sommato è periferia, passare dai gabbiani e l’odore salmastro del mare vicino (o quello di letame nei giorni infausti) a, uhm, qualche piccione e un costante odore di erba per strada è stato un bel cambiamento. Se dicessi che non mi manca prendere e andare a svuotarmi la testa camminando lungo il Lune mentirei. In realtà, vicino casa c’è il River Irwell e potrei far due passi sul lungo fiume… Ma non è esattamente la stessa cosa, ecco.
C’è però una città intera da scoprire e di cui mi accorgo di conoscere davvero poco, ma che ogni volta che ne incontro un pezzo nuovo me ne innamoro. Ho seri problemi a capire come tante altre persone non riescano a scorgere la bellezza di questa città e delle città inglesi in generale, ma sono pur sempre quella che ha dedicato una tesi alle periferie milanesi con un’elegia finale sulla cosiddetta squallida e decadente Bovisa. Ammetto di aver una prospettiva diversa sulle cose. Ma magari ci torno un’altra volta in un post Manchester-centrico.

Nel mentre ho celebrato un anno dall’arrivo in UK (nel migliore dei modi, vedendomi il concerto dei The Fall), ho cercato (con una certa difficoltà, non lo nego anzi ci tengo a dirlo) un lavoro e l’ho trovato, seppur temporaneo. Lavoro che mi piace e mi diverte, anche se mi stanca un sacco e le mie gambe sembrano reduci da un concerto hardcore perpetuo. Vedremo cosa succederà dopo il primo Natale che passerò da sola, lontana dai famigliari e dall’Italia. L’ho sperato incosciamente per anni, quest’anno che succede non sono né entusiasta né triste all’idea.

…e cosa. Boh. Questo in breve per dire a quei quattro stronzi che mi leggono che fine ho fatto. Giuro che cercherò di scrivere il prossimo post non fra mille mila mesi. Potrei parlarvi di come il Natale qui assuma dei contorni così trash che arriva quasi a piacermi. E io sono la figlia illegittima del Grinch.

Cheers

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A Quickie

No, non si tratta di un post dedicato alla ginnastica da letto (o da qualsiasi altro spazio adibito ad essa).
Semplicemente due righe due per dire che sono ancora viva, sono ancora in UK e ci resterò sicuramente almeno un altro anno (non che abbia intenzioni diverse). Ho avuto un’estate intensa, stressante ma interessante, sono successe diverse cose e continuo ad imparare molto.
Fra pochi giorni le mie poco regali terga seguiranno il mio guardaroba e il contenuto della mia dispensa a 54 miglia a sud di qua. Nuova città, nuova casa, nuovi house mates, nuove esperienze. Credo avrò materiale per altri post, sempre che avrò il tempo di scriverli…

Lancaster mi mancherà, lo so già. Aspettatevi un addio alle colline (ché monti non ci sono, ma è una collina dietro l’altra).

Cheers

This is a placement, not playground

Premetto, è un altro post serio, è un periodo piuttosto serio e di riflessioni (sto lavorando alla dissertation, ragionando sulle opportunità lavorative e conseguentemente a dove portare le mie terga, la roba che già avevo e quella che ho accumulato in questi mesi… Insomma, un periodo così). Appena succede qualcosa di divertente, tipo appena inizia la World Cup, prometto che torno col consueto stile ridanciano. In questi giorni vedo anche di capire dove andare a vedere le partite, magari. Stei tiun’d.

Dicevo, post serio.
Una di quelle cose che mi ha fatto capire fin dai primi mesi quanto differisca la concezione che hanno qui in UK degli studenti universitari rispetto a quella che si ha in Italia (riassumibile con: ragazzetti che non hanno voglia di spaccarsi la schiena ma che sono perfetti per essere sfruttati a piacimento appena smetteranno di sollazzarsi e far finta che dare esami sia un compito gravoso) è il concetto di placement.

Il placement non è altro che un tirocinio, o stage, che nella maggioranza delle università britanniche è parte integrante dei corsi, in particolare di quelli Post Graduate (Master e PG Diploma vari). Parte integrante significa che non è a scelta o a discrezione dello studente, ma che è obbligatorio e necessario al fine di ottenere la qualifica.
Se in Italia i tirocini sono obbligatori solo per alcune facoltà (a parte l’arcinota Medicina e in generale le professioni mediche, anche i corsi di Scienze della Formazione e Psicologia lo prevedono), qui pure io che sto facendo un mix fra Arte e Management (spiegare bene di cosa tratta il mio MA richiede troppo tempo, dato che la figura professionale del Consulente Culturale in Italia non esiste) ho fatto il mio bel placement che è partito a novembre ed è terminato il mese scorso con la presentazione della relazione finale al cliente.

Non solo. Poiché ora siamo nel Summer Term, e fra poche settimane gli Undergraduate terminano gli esami, fioccano le opportunità di Summer Placement, ovvero stage estivi, in diversi casi retribuiti (il minimo sindacale) e spesso in cui l’università fa da tramite attivo fra studente e azienda. I Placement sono presentati esattamente nello stesso modo in cui si presentano le offerte di lavoro vere e proprie, con una breve introduzione all’azienda/organizzazione, una spiegazione degli incarichi che la persona selezionata andrà a svolgere e la (per me sempre temibile) person specification, vale a dire l’elenco di tutte le competenze e capacità richieste. Competenze in alcuni casi molto specifiche o che implicano che tu abbia fatto qualcos’altro oltre a studiare nella tua vita, anche solo a livello di unpaid work.

Insomma, non puoi mandare CV a manetta (parentesi: quand’è che in Italia si capirà che l’Europass non si usa al di fuori dei confini nazionali? Qui viene spiegato perché, se lo presentate in UK, ve lo cestinano senza nemmeno passare dal via), sperando che qualcuno ti chiami, ma selezionare con cura il tipo di lavoro più adeguato alle tue conoscenze e competenze, ovvero quello o quelli in cui sei consapevole di corrispondere alla person specification presente nell’offerta.

Vedendo tutto ciò mi sono tornati alla mente gli ultimi due anni della triennale, quando io e diversi compagni di corso cercavamo come cretini stage in gallerie, istituzioni culturali e via discorrendo. Ricordo bene quante volte controllai la sezione Stage dell’ateneo per chiuderlo ogni volta scornata, le offerte per il mio campo di studi erano infatti scarse e con condizioni spesso improponibili (memorabile la proposta di uno stage con minimo rimborso spese a Mantova, per sei mesi: fattibile solo se originari della zona, ovviamente). Scarsissimo sostegno dell’università, appunto, tant’è che tutti rimediammo stage per conto nostro. Per poi vederci i mesi spesi a lavorare messi sullo stesso piano dei viaggi culturali organizzati dall’università o auto-organizzati.
Anche durante la magistrale, nonostante la maggior serietà dell’ateneo, gli stage formativi erano sostituibili con la frequenza ai laboratori didattici (quelli che qui in UK chiamerebbero seminars).

Pensare che in questo master il placement è durato sei mesi (quanto durano diversi master, mediamente, in Italia…), era parte integrante del corso e ha costituito modulo a sé, che su questo placement ho dovuto produrre e sto ancora producendo degli elaborati, e che soprattutto questo placement pesa, a livello di curriculum, esattamente quanto le mie precedenti (scarse) esperienze lavorative… Ecco, non dico che mi fa piangere perché io piango solo per le cose serie (e per alcuni film. Dearest Kenneth, please don’t make me cry again), ma incazzare un po’ sì.

Mi sono fatta l’idea che questo percepire accademia e mondo esterno come due universi paralleli che se si contaminano è solo per causare danni, oltre che di per sé allucinante (perché in Italia il cambiamento è sempre per forza negativo?), è una delle ragioni per cui, una volta che si consegue il pezzo di carta, si diventa carne da macello con la scusa del ‘manca l’esperienza’. Ma magari sono io che dopo otto mesi inizio a ragionare con l’ottica locale. Non lo so. Fatemi sapere, o silenti lettori.

Cheers.

6 months

Avviso: il post sarà bilingue. Son settimane che scrivo e penso in inglese e anche questo post l’ho pensato per metà in lingua.

Politeness. A lot -too much, sometimes. I’d like some bluntness at times, not doubting of people’s intentions or opinions. Credo sia una delle cose più difficili per chi viene dall’Italia, dove se si è un minimo allenati (o diffidenti) le ipocrisie si sgamano subito o quasi. Seppure a Milano, ma credo in generale a Nord, siamo bravi a mascherare e mascherarci, in confronto ai britannici siamo dilettanti. But that thing of asking sorry for everything… Still find it adorable.

Rain. It hasn’t rained much this year they say, despite the north west is the rainiest region. Anyway. Rain doesn’t bother me as much as it did in Milano. Credo di aver usato l’ombrello (che mi ha sbolognato a forza mia madre quando è venuta su a novembre) meno di una decina di volte. Mai per andare a far la spesa. No one can stay under my umbrella, neither myself!

Cold blood. I’ve always hated cold temperatures. Some weekends ago I thought to have lost my scarf (it was near the couch. WTF). Well, I hasn’t felt the need for replacing it. La prospettiva di tornare a vivere a Milano e dover affrontare quelle estati è un ulteriore incentivo a farmi un mazzo quadro per trovarmi un lavoro appena avrò tempo di darmi alle job applications.

Silence. No need to talk all the time, unless it’s the only way to avoid awkward situations. Or you have the pleasure to meet chatty people (who tend to enjoy banter as well). Presente quella cosa per cui ci è permesso di stare in silenzio solo con chi ci conosce davvero bene, le balle di fieno che rotolano, eccetera? Ecco, qua è spesso il contrario. Ne parlavo con una delle flatmates: I’m still learning to ask few questions and not trying ways to forcing a conversation. For instance, last Sunday we went to Penrith and back by car. I thought about that time that me and my friend M. did a day trip Bolsena (in Lazio) and spent the whole journey chatting and listening to music and commenting tracks and the landscape and whatever. Well, with the exception of David Bowie and some very quick sentences, the return trip last Sunday was pretty silent. And I did enjoy it.

Cheesy. Which is a more indulgent way of saying trash. Da noi ballare come deficienti su Haddaway e The rhythm of the night è qualcosa che, diciamolo, si fa con un certo imbarazzo o solo se si è molto sbronzi perché abbiamo un contegno. Oppure lo si fa come presa di posizione intellettuale rispetto al trash, contro le snobberie. Non dico niente delle nuove leve che probabilmente pensano sia roba da geriatrico. Here everyone embraces its cheesy side. Well, pretty much everyone.

Seagulls. Self explanatory. I open my window and instead of bloody pigeons and crows I hear seagulls. They’ve become one of the things that say ‘home’. E poi non ho un davanzale esterno quindi niente scagazzamenti, tié.

Coupons. I still make them expire. I should learn from Extreme Couponing… No, non avete idea di quanti diamine di coupon diano i negozi. E quando poco ci sia abituata quindi quanti ne faccia scadere. And please, don’t tell me anything about student discounts. Again, I’m a stupid Italian who was never treated, as a uni student…

Nostalgia. Ho nostalgia dell’Italia, dopo questi primi sei mesi? A volte. Sempre meno, devo dire. A volte mi manca il poter parlare veloce come faccio in italiano, ma è perché il mio spoken English is still not entirely fluent. At least when I’m sober. It definitely improves after a few pints, which is something I discovered some years ago. Ma a parte questo, veg food is everywhere, and it’s clearly stated in the menus. I paesaggi qui non hanno niente da invidiare a quelli italiani. Domenica ho visto un pezzetto di Cumbria, which reminds me of the inner Appennini. Ci sono cose che mi mancano, ma non sono legate all’Italia in sé, più che altro al fatto che Lancaster non è una città come Milano. Ok, il 18esimo del Birrificio, lì ho un po’ rosicato. Ma vabeh, questo weekend vedo di affogare il dispiacere in qualche cask ale seria. Alcune foto delle mie periferie. Però poi guardo fuori dalla finestra e vedo il Castle e la Priory sbucare dalla cima della hill di fronte, e passa subito.

Nota a me stessa: mai più post bilingue. Sembro schizofrenica. Forse essere expat è un po’ essere schizofrenici? Nel qual caso me ne farò una ragione...

Cheers

More than just London

Giuro che a volte mi viene in mente di farmi pagare dal Ministero del turismo Britannico per far capire agli italiani che non esiste solo Londra.

Potrei parlare di Manchester, ma a giudicare dal numero di italiani che trovo ogni volta sull’aereo forse qualcuno inizia a rendersi conto della sua esistenza al di là dell’ospitare l’Old Trafford e il City of Manchester Stadium (mi rifiuto di chiamarlo altrimenti). E poi non la conosco abbastanza da poterne tessere le lodi, anche se, vuoi per riferimenti culturali, vuoi che mi sono comunque girata bene il centro (si intenda l’area compresa nella Mancunian Way), mi piace molto come città. Abitanti inclusi.

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Shudehill, Northern Quarter, Manchester – Greater Manchester. Jul.’013

Ma trovo più sensato parlare della mia realtà. La County in cui vivo è bellissima, verde ovunque, con pecore, mucche e cavalli sui prati appena fuori dai centri abitati più importanti.
Le città sono tendenzialmente su diverse colline, cosicché capita che appena sei su uno dei punti alti o sul secondo piano di un doubledecker bus hai una visuale panoramica della città e di quel che la circonda.
A Lancaster se in una bella giornata sali su all’Ashton Memorial, che vista dal basso pare una scarpinata incredibile e invece dal centro cittadino saranno nemmeno venti minuti a passo semi-sostenuto, vedi tutta la città, la Morecambe Bay, il mare e il Lake District oltre di esso.

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view from Ashton Memorial/Williamson Park, Lancaster – Lancashire. Sep.’013

C’è il River Lune con tutta una passeggiata da fare lungo la riva che da una parte porta a Morecambe e dall’altra a Caton, una cittadina che fa parte di un’area naturale protetta, la Forest of Bowland. Ad un terzo della strada c’è l’acquedotto georgiano che collega il fiume al Canal, e salendo sopra di esso c’è poi un altro lungo percorso pedonale e ciclabile lungo il Canal.

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Lancaster Canal, Lancaster – Lancashire. Sep. ‘013

E poi c’è Morecambe, che è una cittadina di mare triste e decadente, in cui le operazioni di “ripulitura” e riconversione fatte in altre zone sono state interrotte per via della recession e che, a differenza della più grande e popolare Blackpool, non maschera il suo degrado con luminarie e un’industria del devasto. Morecambe è un posto ruvido e tagliente quanto il vento che batte sempre lungo la sua Promenade, e che lo è ancora di più nella zona ovest, il West End. Se nel centro cittadino i tentativi di dissimulare la decadenza sono quasi riusciti, nel West End te la trovi bella che in faccia. Case vuote, poche persone in giro anche durante il giorno, un silenzio interrotto ogni tanto da un bus e più spesso dai versi dei gabbiani. Morecambe è un posto dove non vorresti vivere mai. Ma che se frequenti assiduamente alla fine ti ruba il cuore.

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Morecambe beach, Morecambe – Lancashire. Oct. ‘013

Ecco, appunto, io penso sempre più spesso che vorrei dire ai compatrioti che non c’è solo Londra ma un’isola intera, con posti idillici come la Lune Valley e strazianti come Morecambe.
Poi cambio idea.
Continuate pure ad andare Allòndra e a farvi foto tutte uguali davanti al mica tanto Big Ben, al trappolone turistico che è il London Eye e, se volete proprio fare gli alternativi, a Camden.
Al resto dell’Isola ci pensano gli autoctoni (e le persone come me che amano questa terra in toto).

Cheers.

(le foto sono tutte mie.)

It’s tea o’ clock

Parlo di nuovo di bevande, ma stavolta niente alcool. Nel caso ve lo chiedeste, il mio rapporto con le ales è sempre di reciproca simpatia, tuttavia non le frequento tanto spesso quanto la Bevanda britannica per eccellenza. No, non il gin (che chi mi conosce sa evito come la peste da un incontro fatale ai tempi della mia giovinezza). Parlo del té.
Il té o the che vogliate chiamarlo, qui a Nord è familiarmente detto “brew”. La prima volta che ho letto il termine sul web pensavo ci si riferisse alla birra: per fortuna le fonti iconografiche allegate mi hanno tolto subito ogni possibilità di equivoco. Brew è il té caldo, tendenzialmente con una goccia di latte. Mai, MAI, con la fettina di limone. Quella è una deviazione mentale tutta italiana che non mi spiego da anni, quando decisi che ero stufa di andare a pesca dei semi dentro alla tazza e provai quindi a bere il té in purezza. La fettina di limone è come la panna buttata a caso nella pasta. O la pasta di zucchero e la crema al burro sopra qualsiasi torta. Se proprio volete bere qualcosa di meno forte, datevi alle tisane, cazzo.

Ok, scusate lo sfogo. Dicevo. Il té.
Quando vi offrono una cuppa 90 su 100 sarà il famoso English Breakfast Tea, quello nero col gusto marcato che secondo lo stereotipo gli angli berrebbero a colazione (falso, la maggioranza beve caffé ormai. Ci tornerò su in futuro). Per darvi un riferimento, la scatola rossa della Twinings. Prima di darvi la vostra cuppa, vi chiederanno se volete zucchero e, soprattutto, la cosa fondamentale: “How d’you like your tea?”. Scartata l’ipotesi “with lemon” per i motivi di cui sopra (90 su 100 la fettina di limone tanto non ce l’hanno comunque), le alternative sono “with a splash of milk” oppure “black”. Anche se vi hanno offerto un té verde, bianco o che non appare scuro. Per esperienza provata, se dite “just plain” ci devono pensare mezzo minuto prima di capire che lo volete puro.
La cosa succede ovunque e in ogni occasione, da quelle più formali, in cui la tazza è accompagnata dal saucer (il piattino sotto, che è anche il termine con cui si chiamano gli ufo) a quelle assolutamente informali in cui le tazze sono mug spaiate, prese sicuramente nei periodi di saldo. O bicchieri di plastica come allo stadio (l’ultima volta al Giant Axe ho preso il té. Faceva troppo freddo per la birra. Vinto 3-1 contro i primi in classifica, ma non credo nelle coincidenze).
Cosa a cui prestare molta attenzione, e a cui avevo già accennato nel primissimo post, le bustine più diffuse sono quelle che in Italia hanno solo i té di nicchia o di importazione britannica come i Clippers, ovvero tipo sacchettino, tondo o quadrato, senza cordino ed etichetta. Sconsigliato tirarla fuori con le dita (a meno che non siate in casa vostra e siate sprezzanti del calore -o vogliate sfidare la vostra resistenza ad esso, come la sottoscritta).

Fin qui tutto chiaro.

Il problema nasce nel momento in cui hai deciso, perché devi fare l’alternativa per forza e per via dei tuoi riferimenti cultural-musicali, di andare a vivere nel Nord dell’Inghilterra. A questo si somma il fatto che entrambe le coinquiline Brit sono Northerner fatte e finite (una è del North Yorkshire, l’altra di Blackpool).
Orbene, presente la storiella che vi insegnano alle medie dell’ora del té, in cui assieme alla tazza si mangiano biscotti, scones, formaggi e pickles? Quella che vi porta a chiedervi “ma se mangiano sta roba col té poi che minchia mangiano a cena?”.
Ecco, no.
Qui a Nord the tea è la cena (ho avuto la conferma da mia cugina a Natale che a Sud dicono supper, anzi, suppah)
Alle sei/sei e mezza, o alle sette se proprio quel giorno si è fatto tardi.
Quando io sono alla seconda o terza tazza di té del giorno (Earl Grey, scatola da 100 bustine di Sainsbury’s, tranne la sera, riservato agli herbal tea di Pukka) le mie coinquiline si fanno la cena.
Inutile dire che le prime settimane non avevo assolutamente capito che quando dicevano “tonight I’m having soup/pasta/whatever for my tea” pensavo che avessero vermi solitari o che fossero seguaci di un regime alimentare improntato a tanti piccoli pasti durante il giorno.
Che poi piccoli neanche troppo, perché se la flatmate 2 magari si fa solo la suddetta soup, l’altra ci dà di casserole, spaghetti with meatballs (no, non li commenterò MAI) o jacket potato con cheddar e fagioli.
Ma la cosa che mi lasciava basita era che nessuna delle due metteva su la kettle e si faceva il té.
No: acqua, cider, Vimto o Ribena, allungati con acqua.
Tutto, tranne il té.
Chiamare qualcosa col nome di qualcosa che non c’entra nulla e confondere le idee alla gente.
How typically Northerner.

Nota a me stessa: non sempre una vicenda ti ispira delle note a te stessa.

Cheers!

“You’re so English.”

Sabato sono andata allo stadio a vedere una partita di calcio con protagonista la squadra locale.

Premessa 1: così come la sera riservata all’uscita in grande stile è il venerdì, non il sabato, in UK la maggior parte delle partite vengono giocate il sabato, non la domenica. La domenica c’è il posticipo e talvolta c’è un anticipo il venerdì. L’equivalente BBC della Domenica Sportiva, Match of the day, va in onda entrambe le sere di sabato e domenica. Ma ne riparlerò perché merita un discorso a parte.

Premessa 2: la squadra di Lancaster, il Lancaster City FC (noti come “Dolly Blues” per via dei colori sociali), gioca nel campionato Non-League, ovvero, sostanzialmente, quello dilettantistico -o quasi-. Spiegarvi la struttura del Non-League football e in generale del National League System inglese è un casino, vi rimando direttamente a Wikipedia. Il Lancaster City gioca in Northern Premier League (detta anche Evo-stik league dal nome dello sponsor)-Division One North ed è al momento settima. Tenendo conto che ci sono molte più squadre e molti più livelli, direi che si potrebbe collocare come in una via di mezzo fra Eccellenza e Promozione.

(shot with my mobile)

Le squadre appena entrate in campo. Notare i colori molto fashion della divisa away degli ospiti.

Amo da morire il fatto che da casa posso raggiungere a piedi qualsiasi altro punto della città (ok, arrivare all’università o all’Ashton Memorial è una scarpinata, ma è fattibile) e che lo stadio del football non fa eccezione. L’unico problema, come sempre, è lo scollinare. Fra casa mia e il Giant Axe c’è di mezzo la Castle Hill, che è la prima cosa che vedo la mattina e che è un pendio fintamente dolce. Insomma, si arriva allo stadio sudati come i giocatori durante i primi due giri di riscaldamento e con lo stesso livello di acido lattico che hanno a metà partita, ma ne vale la pena, o no?

Diciamolo. Sono stata sfigata, e mi sono beccata uno 0-0, nonostante i Dolly Blues abbiano avuto alcune occasioni molto interessanti di mandare la palla in rete, a differenza degli avversari, il Darlington 1883, attualmente quarto in classifica. Ma a livello di prima esperienza il risultato è assolutamente ininfluente, come insegna Nick Hornby, il mio gotha del calcio inglese, anche se tifa i Gunners (io ancora non ho deciso quale squadra della Premier preferisco). Quello che conta è l’esperienza.

Ad un certo punto è pure uscito il sole.

Ad un certo punto è pure uscito il sole. Englishness all’ennesima potenza.

L’esperienza, appunto.
Il Giant Axe in sé, rispetto alla media dei campi sportivi delle piccole squadre italiane, è tutt’altra cosa. Non c’è una sola tribuna, c’è uno spazio riservato ai non convocati e alle riserve fra i posti a sedere e poi ci sono le famose terraces, i posti in piedi sia dietro le porte che dietro le panchine.
Devo dire subito che vedere quasi seicento persone che vanno a vedersi una partita fra due squadre locali, e fra queste persone non ci sono solo uomini di mezza età o anziani e parenti dei giocatori ma persone di ogni età è stato abbastanza uno shock.  Per diversi minuti ho avuto il solenne timore di essermi seduta dalla parte sbagliata, invece fortunatamente stavo in una specie di zona mista. L’assenza di gol è stata comunque provvidenziale.
Ma poi le sciarpe, la coda al tornello, i cori dei tifosi da una terrace all’altra, in particolare quelli dei Dolly Blues che non hanno smesso per un minuto di gridare e cantare. La bandiera inglese spiegata dai tifosi avversari col nome della squadra messa a forma di Croce di Saint George. La bimba vestita con la divisa dei Dolly Blues che entra in campo con le squadre e resta fino al calcio di inizio. Il baretto che nell’intervallo di metà gara si è riempito di persone che leggevano i risultati delle partite su uno schermo.  Il pullman dei tifosi avversari parcheggiato fuori, che vedi andar via pieno. E poi l’odore di baked potatoes coi topping più disparati, di panini e di chips, e le pinte di Cask Ale (ché qui bere Lager è un peccato -non mortale, solo veniale).  Le persone con lo stemma della squadra cucito sulle giacche a vento, sui teddy o sui cappellini.

20131026_150208

Lo scopo della foto era mostrare i tifosi supporters sulle terraces. Non si capisce, ovvio.

Sono uscita un po’ brilla, sia per colpa della birra che per il freddo, chiedendomi se avessi la faccia di una che era appena tornata dallo stadio e quasi con la voglia di dirlo a tutti, un po’ come mi succede quando vado ad un concerto.
Ad un certo punto dalla collina è schizzata fuori una bestia grigiastra. Immediatamente, da brava milanese, ho pensato “ti, vun ratt!”. Ho guardato bene e ho visto la coda, lunga e gonfia tipo piumino per far la polvere. Era uno scoiattolo.
La prossima volta mi prendo le chips alla fine del primo tempo.

Nota a me stessa-1: Ricordati che i britannici amano chiudere baracca il prima possibile e se speri che il Dolly diner sia ancora aperto a fine partita per colmare il tuo insopprimibile desiderio di chips calde sei un’idiota.

Nota a me stessa-2: Non tutti i pub fanno anche da mangiare. E con mangiare si intende anche friggere un sacchetto di patatine prefritte. O le crisps in sacchetto. Nello specifico, non il pub sotto casa che avevi lumato come ancora di salvezza.

Nota a me stessa-3: lode e gloria a Piazzetta Republic, con quel suo stemma che è un po’ Heineken, un po’ Cuba e un po’ Lambretta, ma soprattutto la badilata di chips per un solo miserrimo (…si fa per dire) pound.

Cheers!