“You’re so English.”

Sabato sono andata allo stadio a vedere una partita di calcio con protagonista la squadra locale.

Premessa 1: così come la sera riservata all’uscita in grande stile è il venerdì, non il sabato, in UK la maggior parte delle partite vengono giocate il sabato, non la domenica. La domenica c’è il posticipo e talvolta c’è un anticipo il venerdì. L’equivalente BBC della Domenica Sportiva, Match of the day, va in onda entrambe le sere di sabato e domenica. Ma ne riparlerò perché merita un discorso a parte.

Premessa 2: la squadra di Lancaster, il Lancaster City FC (noti come “Dolly Blues” per via dei colori sociali), gioca nel campionato Non-League, ovvero, sostanzialmente, quello dilettantistico -o quasi-. Spiegarvi la struttura del Non-League football e in generale del National League System inglese è un casino, vi rimando direttamente a Wikipedia. Il Lancaster City gioca in Northern Premier League (detta anche Evo-stik league dal nome dello sponsor)-Division One North ed è al momento settima. Tenendo conto che ci sono molte più squadre e molti più livelli, direi che si potrebbe collocare come in una via di mezzo fra Eccellenza e Promozione.

(shot with my mobile)

Le squadre appena entrate in campo. Notare i colori molto fashion della divisa away degli ospiti.

Amo da morire il fatto che da casa posso raggiungere a piedi qualsiasi altro punto della città (ok, arrivare all’università o all’Ashton Memorial è una scarpinata, ma è fattibile) e che lo stadio del football non fa eccezione. L’unico problema, come sempre, è lo scollinare. Fra casa mia e il Giant Axe c’è di mezzo la Castle Hill, che è la prima cosa che vedo la mattina e che è un pendio fintamente dolce. Insomma, si arriva allo stadio sudati come i giocatori durante i primi due giri di riscaldamento e con lo stesso livello di acido lattico che hanno a metà partita, ma ne vale la pena, o no?

Diciamolo. Sono stata sfigata, e mi sono beccata uno 0-0, nonostante i Dolly Blues abbiano avuto alcune occasioni molto interessanti di mandare la palla in rete, a differenza degli avversari, il Darlington 1883, attualmente quarto in classifica. Ma a livello di prima esperienza il risultato è assolutamente ininfluente, come insegna Nick Hornby, il mio gotha del calcio inglese, anche se tifa i Gunners (io ancora non ho deciso quale squadra della Premier preferisco). Quello che conta è l’esperienza.

Ad un certo punto è pure uscito il sole.

Ad un certo punto è pure uscito il sole. Englishness all’ennesima potenza.

L’esperienza, appunto.
Il Giant Axe in sé, rispetto alla media dei campi sportivi delle piccole squadre italiane, è tutt’altra cosa. Non c’è una sola tribuna, c’è uno spazio riservato ai non convocati e alle riserve fra i posti a sedere e poi ci sono le famose terraces, i posti in piedi sia dietro le porte che dietro le panchine.
Devo dire subito che vedere quasi seicento persone che vanno a vedersi una partita fra due squadre locali, e fra queste persone non ci sono solo uomini di mezza età o anziani e parenti dei giocatori ma persone di ogni età è stato abbastanza uno shock.  Per diversi minuti ho avuto il solenne timore di essermi seduta dalla parte sbagliata, invece fortunatamente stavo in una specie di zona mista. L’assenza di gol è stata comunque provvidenziale.
Ma poi le sciarpe, la coda al tornello, i cori dei tifosi da una terrace all’altra, in particolare quelli dei Dolly Blues che non hanno smesso per un minuto di gridare e cantare. La bandiera inglese spiegata dai tifosi avversari col nome della squadra messa a forma di Croce di Saint George. La bimba vestita con la divisa dei Dolly Blues che entra in campo con le squadre e resta fino al calcio di inizio. Il baretto che nell’intervallo di metà gara si è riempito di persone che leggevano i risultati delle partite su uno schermo.  Il pullman dei tifosi avversari parcheggiato fuori, che vedi andar via pieno. E poi l’odore di baked potatoes coi topping più disparati, di panini e di chips, e le pinte di Cask Ale (ché qui bere Lager è un peccato -non mortale, solo veniale).  Le persone con lo stemma della squadra cucito sulle giacche a vento, sui teddy o sui cappellini.

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Lo scopo della foto era mostrare i tifosi supporters sulle terraces. Non si capisce, ovvio.

Sono uscita un po’ brilla, sia per colpa della birra che per il freddo, chiedendomi se avessi la faccia di una che era appena tornata dallo stadio e quasi con la voglia di dirlo a tutti, un po’ come mi succede quando vado ad un concerto.
Ad un certo punto dalla collina è schizzata fuori una bestia grigiastra. Immediatamente, da brava milanese, ho pensato “ti, vun ratt!”. Ho guardato bene e ho visto la coda, lunga e gonfia tipo piumino per far la polvere. Era uno scoiattolo.
La prossima volta mi prendo le chips alla fine del primo tempo.

Nota a me stessa-1: Ricordati che i britannici amano chiudere baracca il prima possibile e se speri che il Dolly diner sia ancora aperto a fine partita per colmare il tuo insopprimibile desiderio di chips calde sei un’idiota.

Nota a me stessa-2: Non tutti i pub fanno anche da mangiare. E con mangiare si intende anche friggere un sacchetto di patatine prefritte. O le crisps in sacchetto. Nello specifico, non il pub sotto casa che avevi lumato come ancora di salvezza.

Nota a me stessa-3: lode e gloria a Piazzetta Republic, con quel suo stemma che è un po’ Heineken, un po’ Cuba e un po’ Lambretta, ma soprattutto la badilata di chips per un solo miserrimo (…si fa per dire) pound.

Cheers!

Freshers night e garlic bread

“We’re only going to a pub, not really going out”.
Così disse la coinquilina n.2 (le identificherò col numero della stanza) lunedì pomeriggio.  Ci siamo trovate in mezzo al pub crawl dei freshers, ovvero un vero e proprio tour alcolico che viene proposto alle matricole dei corsi undergrad (le triennali), che nel caso della Lancaster University, che è una delle poche Collegiate uni (ovvero all’interno della quale gli studenti sono divisi nei college, prima o poi ci torno su) rimaste in UK, vivono obbligatoriamente in campus per il primo anno.  In soldoni, durante la Freshers week i pargoli, divisi per college, vengono portati in giro per i pub della città, si sbronzano e fanno casino. Tutto bello e divertente, ma io sono uscita pensando di bere una birra -due massimo. Che poi è quello che ho fatto, però non avevo messo in calcolo che ci si saremmo messe a ballare come e con i freshers. Avevo sottovalutato le mie coinquiline. Non voglio sapere cosa sarà venerdì quella che dovrebbe essere una vera e propria night out.
Devo citare, comunque, il fresher metallaro in evidente sovrappeso che ballava come fosse Rihanna o Beyoncé. Seriamente, mi pento di non averlo filmato.

On top of this, ciliegina sulla torta, dopo due birre (io, di cui una scontata perché il lunedì in quel pub è students’ night) e un paio di cocktail (le coinquiline), e poiché cenare all’ora del té prima di una serata fuori è un po’ una cazzata, ovviamente si è fatta tappa in un, uhm, come lo potrei definire? Insomma, uno di quei posti dove fanno cibo malsano di vario tipo, sottospecie di pizza inclusa. Coinquilina n.1, che c’era già stata, ci ha avvertito delle porzioni generose quindi ci siamo limitate a dividerci due vaschette di patatine (un pound l’una, per una quantità che sfama tranquillamente 2 persone) e un garlic bread al formaggio piccolo. Totale £1,60 a testa, una scemenza insomma.
Ora, io sapevo che il garlic bread era del pane tipo francese o “ciabatta”, come lo chiamano loro, aromatizzato all’aglio (ed eventualmente bello imburrato). Quello che ci han dato era invece una specie di pizza/focaccia alta, palesemente aromatizzata all’aglio e con sopra del formaggio, presumibilmente cheddar, a mò di mozzarella. E vi dirò, ero pronta al peggio, invece male non era.
Mi è affiorato il sospetto che sia la cosa più simile ad una pizza che possa trovare da queste parti… Ma penso avrò modo di indagare ulteriormente.

Nota a me stessa: non uscire mai più con la maglia dei The Muffs. Kim Shattuck, maledizione a te. Passerò agli annali come la tizia che ripete “it’s a fucking punk band!” mentre si fanno le foto con lei manco fosse un’attrazione del circo Barnum.

Cheers!