It’s tea o’ clock

Parlo di nuovo di bevande, ma stavolta niente alcool. Nel caso ve lo chiedeste, il mio rapporto con le ales è sempre di reciproca simpatia, tuttavia non le frequento tanto spesso quanto la Bevanda britannica per eccellenza. No, non il gin (che chi mi conosce sa evito come la peste da un incontro fatale ai tempi della mia giovinezza). Parlo del té.
Il té o the che vogliate chiamarlo, qui a Nord è familiarmente detto “brew”. La prima volta che ho letto il termine sul web pensavo ci si riferisse alla birra: per fortuna le fonti iconografiche allegate mi hanno tolto subito ogni possibilità di equivoco. Brew è il té caldo, tendenzialmente con una goccia di latte. Mai, MAI, con la fettina di limone. Quella è una deviazione mentale tutta italiana che non mi spiego da anni, quando decisi che ero stufa di andare a pesca dei semi dentro alla tazza e provai quindi a bere il té in purezza. La fettina di limone è come la panna buttata a caso nella pasta. O la pasta di zucchero e la crema al burro sopra qualsiasi torta. Se proprio volete bere qualcosa di meno forte, datevi alle tisane, cazzo.

Ok, scusate lo sfogo. Dicevo. Il té.
Quando vi offrono una cuppa 90 su 100 sarà il famoso English Breakfast Tea, quello nero col gusto marcato che secondo lo stereotipo gli angli berrebbero a colazione (falso, la maggioranza beve caffé ormai. Ci tornerò su in futuro). Per darvi un riferimento, la scatola rossa della Twinings. Prima di darvi la vostra cuppa, vi chiederanno se volete zucchero e, soprattutto, la cosa fondamentale: “How d’you like your tea?”. Scartata l’ipotesi “with lemon” per i motivi di cui sopra (90 su 100 la fettina di limone tanto non ce l’hanno comunque), le alternative sono “with a splash of milk” oppure “black”. Anche se vi hanno offerto un té verde, bianco o che non appare scuro. Per esperienza provata, se dite “just plain” ci devono pensare mezzo minuto prima di capire che lo volete puro.
La cosa succede ovunque e in ogni occasione, da quelle più formali, in cui la tazza è accompagnata dal saucer (il piattino sotto, che è anche il termine con cui si chiamano gli ufo) a quelle assolutamente informali in cui le tazze sono mug spaiate, prese sicuramente nei periodi di saldo. O bicchieri di plastica come allo stadio (l’ultima volta al Giant Axe ho preso il té. Faceva troppo freddo per la birra. Vinto 3-1 contro i primi in classifica, ma non credo nelle coincidenze).
Cosa a cui prestare molta attenzione, e a cui avevo già accennato nel primissimo post, le bustine più diffuse sono quelle che in Italia hanno solo i té di nicchia o di importazione britannica come i Clippers, ovvero tipo sacchettino, tondo o quadrato, senza cordino ed etichetta. Sconsigliato tirarla fuori con le dita (a meno che non siate in casa vostra e siate sprezzanti del calore -o vogliate sfidare la vostra resistenza ad esso, come la sottoscritta).

Fin qui tutto chiaro.

Il problema nasce nel momento in cui hai deciso, perché devi fare l’alternativa per forza e per via dei tuoi riferimenti cultural-musicali, di andare a vivere nel Nord dell’Inghilterra. A questo si somma il fatto che entrambe le coinquiline Brit sono Northerner fatte e finite (una è del North Yorkshire, l’altra di Blackpool).
Orbene, presente la storiella che vi insegnano alle medie dell’ora del té, in cui assieme alla tazza si mangiano biscotti, scones, formaggi e pickles? Quella che vi porta a chiedervi “ma se mangiano sta roba col té poi che minchia mangiano a cena?”.
Ecco, no.
Qui a Nord the tea è la cena (ho avuto la conferma da mia cugina a Natale che a Sud dicono supper, anzi, suppah)
Alle sei/sei e mezza, o alle sette se proprio quel giorno si è fatto tardi.
Quando io sono alla seconda o terza tazza di té del giorno (Earl Grey, scatola da 100 bustine di Sainsbury’s, tranne la sera, riservato agli herbal tea di Pukka) le mie coinquiline si fanno la cena.
Inutile dire che le prime settimane non avevo assolutamente capito che quando dicevano “tonight I’m having soup/pasta/whatever for my tea” pensavo che avessero vermi solitari o che fossero seguaci di un regime alimentare improntato a tanti piccoli pasti durante il giorno.
Che poi piccoli neanche troppo, perché se la flatmate 2 magari si fa solo la suddetta soup, l’altra ci dà di casserole, spaghetti with meatballs (no, non li commenterò MAI) o jacket potato con cheddar e fagioli.
Ma la cosa che mi lasciava basita era che nessuna delle due metteva su la kettle e si faceva il té.
No: acqua, cider, Vimto o Ribena, allungati con acqua.
Tutto, tranne il té.
Chiamare qualcosa col nome di qualcosa che non c’entra nulla e confondere le idee alla gente.
How typically Northerner.

Nota a me stessa: non sempre una vicenda ti ispira delle note a te stessa.

Cheers!

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