This is a placement, not playground

Premetto, è un altro post serio, è un periodo piuttosto serio e di riflessioni (sto lavorando alla dissertation, ragionando sulle opportunità lavorative e conseguentemente a dove portare le mie terga, la roba che già avevo e quella che ho accumulato in questi mesi… Insomma, un periodo così). Appena succede qualcosa di divertente, tipo appena inizia la World Cup, prometto che torno col consueto stile ridanciano. In questi giorni vedo anche di capire dove andare a vedere le partite, magari. Stei tiun’d.

Dicevo, post serio.
Una di quelle cose che mi ha fatto capire fin dai primi mesi quanto differisca la concezione che hanno qui in UK degli studenti universitari rispetto a quella che si ha in Italia (riassumibile con: ragazzetti che non hanno voglia di spaccarsi la schiena ma che sono perfetti per essere sfruttati a piacimento appena smetteranno di sollazzarsi e far finta che dare esami sia un compito gravoso) è il concetto di placement.

Il placement non è altro che un tirocinio, o stage, che nella maggioranza delle università britanniche è parte integrante dei corsi, in particolare di quelli Post Graduate (Master e PG Diploma vari). Parte integrante significa che non è a scelta o a discrezione dello studente, ma che è obbligatorio e necessario al fine di ottenere la qualifica.
Se in Italia i tirocini sono obbligatori solo per alcune facoltà (a parte l’arcinota Medicina e in generale le professioni mediche, anche i corsi di Scienze della Formazione e Psicologia lo prevedono), qui pure io che sto facendo un mix fra Arte e Management (spiegare bene di cosa tratta il mio MA richiede troppo tempo, dato che la figura professionale del Consulente Culturale in Italia non esiste) ho fatto il mio bel placement che è partito a novembre ed è terminato il mese scorso con la presentazione della relazione finale al cliente.

Non solo. Poiché ora siamo nel Summer Term, e fra poche settimane gli Undergraduate terminano gli esami, fioccano le opportunità di Summer Placement, ovvero stage estivi, in diversi casi retribuiti (il minimo sindacale) e spesso in cui l’università fa da tramite attivo fra studente e azienda. I Placement sono presentati esattamente nello stesso modo in cui si presentano le offerte di lavoro vere e proprie, con una breve introduzione all’azienda/organizzazione, una spiegazione degli incarichi che la persona selezionata andrà a svolgere e la (per me sempre temibile) person specification, vale a dire l’elenco di tutte le competenze e capacità richieste. Competenze in alcuni casi molto specifiche o che implicano che tu abbia fatto qualcos’altro oltre a studiare nella tua vita, anche solo a livello di unpaid work.

Insomma, non puoi mandare CV a manetta (parentesi: quand’è che in Italia si capirà che l’Europass non si usa al di fuori dei confini nazionali? Qui viene spiegato perché, se lo presentate in UK, ve lo cestinano senza nemmeno passare dal via), sperando che qualcuno ti chiami, ma selezionare con cura il tipo di lavoro più adeguato alle tue conoscenze e competenze, ovvero quello o quelli in cui sei consapevole di corrispondere alla person specification presente nell’offerta.

Vedendo tutto ciò mi sono tornati alla mente gli ultimi due anni della triennale, quando io e diversi compagni di corso cercavamo come cretini stage in gallerie, istituzioni culturali e via discorrendo. Ricordo bene quante volte controllai la sezione Stage dell’ateneo per chiuderlo ogni volta scornata, le offerte per il mio campo di studi erano infatti scarse e con condizioni spesso improponibili (memorabile la proposta di uno stage con minimo rimborso spese a Mantova, per sei mesi: fattibile solo se originari della zona, ovviamente). Scarsissimo sostegno dell’università, appunto, tant’è che tutti rimediammo stage per conto nostro. Per poi vederci i mesi spesi a lavorare messi sullo stesso piano dei viaggi culturali organizzati dall’università o auto-organizzati.
Anche durante la magistrale, nonostante la maggior serietà dell’ateneo, gli stage formativi erano sostituibili con la frequenza ai laboratori didattici (quelli che qui in UK chiamerebbero seminars).

Pensare che in questo master il placement è durato sei mesi (quanto durano diversi master, mediamente, in Italia…), era parte integrante del corso e ha costituito modulo a sé, che su questo placement ho dovuto produrre e sto ancora producendo degli elaborati, e che soprattutto questo placement pesa, a livello di curriculum, esattamente quanto le mie precedenti (scarse) esperienze lavorative… Ecco, non dico che mi fa piangere perché io piango solo per le cose serie (e per alcuni film. Dearest Kenneth, please don’t make me cry again), ma incazzare un po’ sì.

Mi sono fatta l’idea che questo percepire accademia e mondo esterno come due universi paralleli che se si contaminano è solo per causare danni, oltre che di per sé allucinante (perché in Italia il cambiamento è sempre per forza negativo?), è una delle ragioni per cui, una volta che si consegue il pezzo di carta, si diventa carne da macello con la scusa del ‘manca l’esperienza’. Ma magari sono io che dopo otto mesi inizio a ragionare con l’ottica locale. Non lo so. Fatemi sapere, o silenti lettori.

Cheers.

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