This is a placement, not playground

Premetto, è un altro post serio, è un periodo piuttosto serio e di riflessioni (sto lavorando alla dissertation, ragionando sulle opportunità lavorative e conseguentemente a dove portare le mie terga, la roba che già avevo e quella che ho accumulato in questi mesi… Insomma, un periodo così). Appena succede qualcosa di divertente, tipo appena inizia la World Cup, prometto che torno col consueto stile ridanciano. In questi giorni vedo anche di capire dove andare a vedere le partite, magari. Stei tiun’d.

Dicevo, post serio.
Una di quelle cose che mi ha fatto capire fin dai primi mesi quanto differisca la concezione che hanno qui in UK degli studenti universitari rispetto a quella che si ha in Italia (riassumibile con: ragazzetti che non hanno voglia di spaccarsi la schiena ma che sono perfetti per essere sfruttati a piacimento appena smetteranno di sollazzarsi e far finta che dare esami sia un compito gravoso) è il concetto di placement.

Il placement non è altro che un tirocinio, o stage, che nella maggioranza delle università britanniche è parte integrante dei corsi, in particolare di quelli Post Graduate (Master e PG Diploma vari). Parte integrante significa che non è a scelta o a discrezione dello studente, ma che è obbligatorio e necessario al fine di ottenere la qualifica.
Se in Italia i tirocini sono obbligatori solo per alcune facoltà (a parte l’arcinota Medicina e in generale le professioni mediche, anche i corsi di Scienze della Formazione e Psicologia lo prevedono), qui pure io che sto facendo un mix fra Arte e Management (spiegare bene di cosa tratta il mio MA richiede troppo tempo, dato che la figura professionale del Consulente Culturale in Italia non esiste) ho fatto il mio bel placement che è partito a novembre ed è terminato il mese scorso con la presentazione della relazione finale al cliente.

Non solo. Poiché ora siamo nel Summer Term, e fra poche settimane gli Undergraduate terminano gli esami, fioccano le opportunità di Summer Placement, ovvero stage estivi, in diversi casi retribuiti (il minimo sindacale) e spesso in cui l’università fa da tramite attivo fra studente e azienda. I Placement sono presentati esattamente nello stesso modo in cui si presentano le offerte di lavoro vere e proprie, con una breve introduzione all’azienda/organizzazione, una spiegazione degli incarichi che la persona selezionata andrà a svolgere e la (per me sempre temibile) person specification, vale a dire l’elenco di tutte le competenze e capacità richieste. Competenze in alcuni casi molto specifiche o che implicano che tu abbia fatto qualcos’altro oltre a studiare nella tua vita, anche solo a livello di unpaid work.

Insomma, non puoi mandare CV a manetta (parentesi: quand’è che in Italia si capirà che l’Europass non si usa al di fuori dei confini nazionali? Qui viene spiegato perché, se lo presentate in UK, ve lo cestinano senza nemmeno passare dal via), sperando che qualcuno ti chiami, ma selezionare con cura il tipo di lavoro più adeguato alle tue conoscenze e competenze, ovvero quello o quelli in cui sei consapevole di corrispondere alla person specification presente nell’offerta.

Vedendo tutto ciò mi sono tornati alla mente gli ultimi due anni della triennale, quando io e diversi compagni di corso cercavamo come cretini stage in gallerie, istituzioni culturali e via discorrendo. Ricordo bene quante volte controllai la sezione Stage dell’ateneo per chiuderlo ogni volta scornata, le offerte per il mio campo di studi erano infatti scarse e con condizioni spesso improponibili (memorabile la proposta di uno stage con minimo rimborso spese a Mantova, per sei mesi: fattibile solo se originari della zona, ovviamente). Scarsissimo sostegno dell’università, appunto, tant’è che tutti rimediammo stage per conto nostro. Per poi vederci i mesi spesi a lavorare messi sullo stesso piano dei viaggi culturali organizzati dall’università o auto-organizzati.
Anche durante la magistrale, nonostante la maggior serietà dell’ateneo, gli stage formativi erano sostituibili con la frequenza ai laboratori didattici (quelli che qui in UK chiamerebbero seminars).

Pensare che in questo master il placement è durato sei mesi (quanto durano diversi master, mediamente, in Italia…), era parte integrante del corso e ha costituito modulo a sé, che su questo placement ho dovuto produrre e sto ancora producendo degli elaborati, e che soprattutto questo placement pesa, a livello di curriculum, esattamente quanto le mie precedenti (scarse) esperienze lavorative… Ecco, non dico che mi fa piangere perché io piango solo per le cose serie (e per alcuni film. Dearest Kenneth, please don’t make me cry again), ma incazzare un po’ sì.

Mi sono fatta l’idea che questo percepire accademia e mondo esterno come due universi paralleli che se si contaminano è solo per causare danni, oltre che di per sé allucinante (perché in Italia il cambiamento è sempre per forza negativo?), è una delle ragioni per cui, una volta che si consegue il pezzo di carta, si diventa carne da macello con la scusa del ‘manca l’esperienza’. Ma magari sono io che dopo otto mesi inizio a ragionare con l’ottica locale. Non lo so. Fatemi sapere, o silenti lettori.

Cheers.

6 months

Avviso: il post sarà bilingue. Son settimane che scrivo e penso in inglese e anche questo post l’ho pensato per metà in lingua.

Politeness. A lot -too much, sometimes. I’d like some bluntness at times, not doubting of people’s intentions or opinions. Credo sia una delle cose più difficili per chi viene dall’Italia, dove se si è un minimo allenati (o diffidenti) le ipocrisie si sgamano subito o quasi. Seppure a Milano, ma credo in generale a Nord, siamo bravi a mascherare e mascherarci, in confronto ai britannici siamo dilettanti. But that thing of asking sorry for everything… Still find it adorable.

Rain. It hasn’t rained much this year they say, despite the north west is the rainiest region. Anyway. Rain doesn’t bother me as much as it did in Milano. Credo di aver usato l’ombrello (che mi ha sbolognato a forza mia madre quando è venuta su a novembre) meno di una decina di volte. Mai per andare a far la spesa. No one can stay under my umbrella, neither myself!

Cold blood. I’ve always hated cold temperatures. Some weekends ago I thought to have lost my scarf (it was near the couch. WTF). Well, I hasn’t felt the need for replacing it. La prospettiva di tornare a vivere a Milano e dover affrontare quelle estati è un ulteriore incentivo a farmi un mazzo quadro per trovarmi un lavoro appena avrò tempo di darmi alle job applications.

Silence. No need to talk all the time, unless it’s the only way to avoid awkward situations. Or you have the pleasure to meet chatty people (who tend to enjoy banter as well). Presente quella cosa per cui ci è permesso di stare in silenzio solo con chi ci conosce davvero bene, le balle di fieno che rotolano, eccetera? Ecco, qua è spesso il contrario. Ne parlavo con una delle flatmates: I’m still learning to ask few questions and not trying ways to forcing a conversation. For instance, last Sunday we went to Penrith and back by car. I thought about that time that me and my friend M. did a day trip Bolsena (in Lazio) and spent the whole journey chatting and listening to music and commenting tracks and the landscape and whatever. Well, with the exception of David Bowie and some very quick sentences, the return trip last Sunday was pretty silent. And I did enjoy it.

Cheesy. Which is a more indulgent way of saying trash. Da noi ballare come deficienti su Haddaway e The rhythm of the night è qualcosa che, diciamolo, si fa con un certo imbarazzo o solo se si è molto sbronzi perché abbiamo un contegno. Oppure lo si fa come presa di posizione intellettuale rispetto al trash, contro le snobberie. Non dico niente delle nuove leve che probabilmente pensano sia roba da geriatrico. Here everyone embraces its cheesy side. Well, pretty much everyone.

Seagulls. Self explanatory. I open my window and instead of bloody pigeons and crows I hear seagulls. They’ve become one of the things that say ‘home’. E poi non ho un davanzale esterno quindi niente scagazzamenti, tié.

Coupons. I still make them expire. I should learn from Extreme Couponing… No, non avete idea di quanti diamine di coupon diano i negozi. E quando poco ci sia abituata quindi quanti ne faccia scadere. And please, don’t tell me anything about student discounts. Again, I’m a stupid Italian who was never treated, as a uni student…

Nostalgia. Ho nostalgia dell’Italia, dopo questi primi sei mesi? A volte. Sempre meno, devo dire. A volte mi manca il poter parlare veloce come faccio in italiano, ma è perché il mio spoken English is still not entirely fluent. At least when I’m sober. It definitely improves after a few pints, which is something I discovered some years ago. Ma a parte questo, veg food is everywhere, and it’s clearly stated in the menus. I paesaggi qui non hanno niente da invidiare a quelli italiani. Domenica ho visto un pezzetto di Cumbria, which reminds me of the inner Appennini. Ci sono cose che mi mancano, ma non sono legate all’Italia in sé, più che altro al fatto che Lancaster non è una città come Milano. Ok, il 18esimo del Birrificio, lì ho un po’ rosicato. Ma vabeh, questo weekend vedo di affogare il dispiacere in qualche cask ale seria. Alcune foto delle mie periferie. Però poi guardo fuori dalla finestra e vedo il Castle e la Priory sbucare dalla cima della hill di fronte, e passa subito.

Nota a me stessa: mai più post bilingue. Sembro schizofrenica. Forse essere expat è un po’ essere schizofrenici? Nel qual caso me ne farò una ragione...

Cheers

It’s tea o’ clock

Parlo di nuovo di bevande, ma stavolta niente alcool. Nel caso ve lo chiedeste, il mio rapporto con le ales è sempre di reciproca simpatia, tuttavia non le frequento tanto spesso quanto la Bevanda britannica per eccellenza. No, non il gin (che chi mi conosce sa evito come la peste da un incontro fatale ai tempi della mia giovinezza). Parlo del té.
Il té o the che vogliate chiamarlo, qui a Nord è familiarmente detto “brew”. La prima volta che ho letto il termine sul web pensavo ci si riferisse alla birra: per fortuna le fonti iconografiche allegate mi hanno tolto subito ogni possibilità di equivoco. Brew è il té caldo, tendenzialmente con una goccia di latte. Mai, MAI, con la fettina di limone. Quella è una deviazione mentale tutta italiana che non mi spiego da anni, quando decisi che ero stufa di andare a pesca dei semi dentro alla tazza e provai quindi a bere il té in purezza. La fettina di limone è come la panna buttata a caso nella pasta. O la pasta di zucchero e la crema al burro sopra qualsiasi torta. Se proprio volete bere qualcosa di meno forte, datevi alle tisane, cazzo.

Ok, scusate lo sfogo. Dicevo. Il té.
Quando vi offrono una cuppa 90 su 100 sarà il famoso English Breakfast Tea, quello nero col gusto marcato che secondo lo stereotipo gli angli berrebbero a colazione (falso, la maggioranza beve caffé ormai. Ci tornerò su in futuro). Per darvi un riferimento, la scatola rossa della Twinings. Prima di darvi la vostra cuppa, vi chiederanno se volete zucchero e, soprattutto, la cosa fondamentale: “How d’you like your tea?”. Scartata l’ipotesi “with lemon” per i motivi di cui sopra (90 su 100 la fettina di limone tanto non ce l’hanno comunque), le alternative sono “with a splash of milk” oppure “black”. Anche se vi hanno offerto un té verde, bianco o che non appare scuro. Per esperienza provata, se dite “just plain” ci devono pensare mezzo minuto prima di capire che lo volete puro.
La cosa succede ovunque e in ogni occasione, da quelle più formali, in cui la tazza è accompagnata dal saucer (il piattino sotto, che è anche il termine con cui si chiamano gli ufo) a quelle assolutamente informali in cui le tazze sono mug spaiate, prese sicuramente nei periodi di saldo. O bicchieri di plastica come allo stadio (l’ultima volta al Giant Axe ho preso il té. Faceva troppo freddo per la birra. Vinto 3-1 contro i primi in classifica, ma non credo nelle coincidenze).
Cosa a cui prestare molta attenzione, e a cui avevo già accennato nel primissimo post, le bustine più diffuse sono quelle che in Italia hanno solo i té di nicchia o di importazione britannica come i Clippers, ovvero tipo sacchettino, tondo o quadrato, senza cordino ed etichetta. Sconsigliato tirarla fuori con le dita (a meno che non siate in casa vostra e siate sprezzanti del calore -o vogliate sfidare la vostra resistenza ad esso, come la sottoscritta).

Fin qui tutto chiaro.

Il problema nasce nel momento in cui hai deciso, perché devi fare l’alternativa per forza e per via dei tuoi riferimenti cultural-musicali, di andare a vivere nel Nord dell’Inghilterra. A questo si somma il fatto che entrambe le coinquiline Brit sono Northerner fatte e finite (una è del North Yorkshire, l’altra di Blackpool).
Orbene, presente la storiella che vi insegnano alle medie dell’ora del té, in cui assieme alla tazza si mangiano biscotti, scones, formaggi e pickles? Quella che vi porta a chiedervi “ma se mangiano sta roba col té poi che minchia mangiano a cena?”.
Ecco, no.
Qui a Nord the tea è la cena (ho avuto la conferma da mia cugina a Natale che a Sud dicono supper, anzi, suppah)
Alle sei/sei e mezza, o alle sette se proprio quel giorno si è fatto tardi.
Quando io sono alla seconda o terza tazza di té del giorno (Earl Grey, scatola da 100 bustine di Sainsbury’s, tranne la sera, riservato agli herbal tea di Pukka) le mie coinquiline si fanno la cena.
Inutile dire che le prime settimane non avevo assolutamente capito che quando dicevano “tonight I’m having soup/pasta/whatever for my tea” pensavo che avessero vermi solitari o che fossero seguaci di un regime alimentare improntato a tanti piccoli pasti durante il giorno.
Che poi piccoli neanche troppo, perché se la flatmate 2 magari si fa solo la suddetta soup, l’altra ci dà di casserole, spaghetti with meatballs (no, non li commenterò MAI) o jacket potato con cheddar e fagioli.
Ma la cosa che mi lasciava basita era che nessuna delle due metteva su la kettle e si faceva il té.
No: acqua, cider, Vimto o Ribena, allungati con acqua.
Tutto, tranne il té.
Chiamare qualcosa col nome di qualcosa che non c’entra nulla e confondere le idee alla gente.
How typically Northerner.

Nota a me stessa: non sempre una vicenda ti ispira delle note a te stessa.

Cheers!

“You’re so English.”

Sabato sono andata allo stadio a vedere una partita di calcio con protagonista la squadra locale.

Premessa 1: così come la sera riservata all’uscita in grande stile è il venerdì, non il sabato, in UK la maggior parte delle partite vengono giocate il sabato, non la domenica. La domenica c’è il posticipo e talvolta c’è un anticipo il venerdì. L’equivalente BBC della Domenica Sportiva, Match of the day, va in onda entrambe le sere di sabato e domenica. Ma ne riparlerò perché merita un discorso a parte.

Premessa 2: la squadra di Lancaster, il Lancaster City FC (noti come “Dolly Blues” per via dei colori sociali), gioca nel campionato Non-League, ovvero, sostanzialmente, quello dilettantistico -o quasi-. Spiegarvi la struttura del Non-League football e in generale del National League System inglese è un casino, vi rimando direttamente a Wikipedia. Il Lancaster City gioca in Northern Premier League (detta anche Evo-stik league dal nome dello sponsor)-Division One North ed è al momento settima. Tenendo conto che ci sono molte più squadre e molti più livelli, direi che si potrebbe collocare come in una via di mezzo fra Eccellenza e Promozione.

(shot with my mobile)

Le squadre appena entrate in campo. Notare i colori molto fashion della divisa away degli ospiti.

Amo da morire il fatto che da casa posso raggiungere a piedi qualsiasi altro punto della città (ok, arrivare all’università o all’Ashton Memorial è una scarpinata, ma è fattibile) e che lo stadio del football non fa eccezione. L’unico problema, come sempre, è lo scollinare. Fra casa mia e il Giant Axe c’è di mezzo la Castle Hill, che è la prima cosa che vedo la mattina e che è un pendio fintamente dolce. Insomma, si arriva allo stadio sudati come i giocatori durante i primi due giri di riscaldamento e con lo stesso livello di acido lattico che hanno a metà partita, ma ne vale la pena, o no?

Diciamolo. Sono stata sfigata, e mi sono beccata uno 0-0, nonostante i Dolly Blues abbiano avuto alcune occasioni molto interessanti di mandare la palla in rete, a differenza degli avversari, il Darlington 1883, attualmente quarto in classifica. Ma a livello di prima esperienza il risultato è assolutamente ininfluente, come insegna Nick Hornby, il mio gotha del calcio inglese, anche se tifa i Gunners (io ancora non ho deciso quale squadra della Premier preferisco). Quello che conta è l’esperienza.

Ad un certo punto è pure uscito il sole.

Ad un certo punto è pure uscito il sole. Englishness all’ennesima potenza.

L’esperienza, appunto.
Il Giant Axe in sé, rispetto alla media dei campi sportivi delle piccole squadre italiane, è tutt’altra cosa. Non c’è una sola tribuna, c’è uno spazio riservato ai non convocati e alle riserve fra i posti a sedere e poi ci sono le famose terraces, i posti in piedi sia dietro le porte che dietro le panchine.
Devo dire subito che vedere quasi seicento persone che vanno a vedersi una partita fra due squadre locali, e fra queste persone non ci sono solo uomini di mezza età o anziani e parenti dei giocatori ma persone di ogni età è stato abbastanza uno shock.  Per diversi minuti ho avuto il solenne timore di essermi seduta dalla parte sbagliata, invece fortunatamente stavo in una specie di zona mista. L’assenza di gol è stata comunque provvidenziale.
Ma poi le sciarpe, la coda al tornello, i cori dei tifosi da una terrace all’altra, in particolare quelli dei Dolly Blues che non hanno smesso per un minuto di gridare e cantare. La bandiera inglese spiegata dai tifosi avversari col nome della squadra messa a forma di Croce di Saint George. La bimba vestita con la divisa dei Dolly Blues che entra in campo con le squadre e resta fino al calcio di inizio. Il baretto che nell’intervallo di metà gara si è riempito di persone che leggevano i risultati delle partite su uno schermo.  Il pullman dei tifosi avversari parcheggiato fuori, che vedi andar via pieno. E poi l’odore di baked potatoes coi topping più disparati, di panini e di chips, e le pinte di Cask Ale (ché qui bere Lager è un peccato -non mortale, solo veniale).  Le persone con lo stemma della squadra cucito sulle giacche a vento, sui teddy o sui cappellini.

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Lo scopo della foto era mostrare i tifosi supporters sulle terraces. Non si capisce, ovvio.

Sono uscita un po’ brilla, sia per colpa della birra che per il freddo, chiedendomi se avessi la faccia di una che era appena tornata dallo stadio e quasi con la voglia di dirlo a tutti, un po’ come mi succede quando vado ad un concerto.
Ad un certo punto dalla collina è schizzata fuori una bestia grigiastra. Immediatamente, da brava milanese, ho pensato “ti, vun ratt!”. Ho guardato bene e ho visto la coda, lunga e gonfia tipo piumino per far la polvere. Era uno scoiattolo.
La prossima volta mi prendo le chips alla fine del primo tempo.

Nota a me stessa-1: Ricordati che i britannici amano chiudere baracca il prima possibile e se speri che il Dolly diner sia ancora aperto a fine partita per colmare il tuo insopprimibile desiderio di chips calde sei un’idiota.

Nota a me stessa-2: Non tutti i pub fanno anche da mangiare. E con mangiare si intende anche friggere un sacchetto di patatine prefritte. O le crisps in sacchetto. Nello specifico, non il pub sotto casa che avevi lumato come ancora di salvezza.

Nota a me stessa-3: lode e gloria a Piazzetta Republic, con quel suo stemma che è un po’ Heineken, un po’ Cuba e un po’ Lambretta, ma soprattutto la badilata di chips per un solo miserrimo (…si fa per dire) pound.

Cheers!

Freshers night e garlic bread

“We’re only going to a pub, not really going out”.
Così disse la coinquilina n.2 (le identificherò col numero della stanza) lunedì pomeriggio.  Ci siamo trovate in mezzo al pub crawl dei freshers, ovvero un vero e proprio tour alcolico che viene proposto alle matricole dei corsi undergrad (le triennali), che nel caso della Lancaster University, che è una delle poche Collegiate uni (ovvero all’interno della quale gli studenti sono divisi nei college, prima o poi ci torno su) rimaste in UK, vivono obbligatoriamente in campus per il primo anno.  In soldoni, durante la Freshers week i pargoli, divisi per college, vengono portati in giro per i pub della città, si sbronzano e fanno casino. Tutto bello e divertente, ma io sono uscita pensando di bere una birra -due massimo. Che poi è quello che ho fatto, però non avevo messo in calcolo che ci si saremmo messe a ballare come e con i freshers. Avevo sottovalutato le mie coinquiline. Non voglio sapere cosa sarà venerdì quella che dovrebbe essere una vera e propria night out.
Devo citare, comunque, il fresher metallaro in evidente sovrappeso che ballava come fosse Rihanna o Beyoncé. Seriamente, mi pento di non averlo filmato.

On top of this, ciliegina sulla torta, dopo due birre (io, di cui una scontata perché il lunedì in quel pub è students’ night) e un paio di cocktail (le coinquiline), e poiché cenare all’ora del té prima di una serata fuori è un po’ una cazzata, ovviamente si è fatta tappa in un, uhm, come lo potrei definire? Insomma, uno di quei posti dove fanno cibo malsano di vario tipo, sottospecie di pizza inclusa. Coinquilina n.1, che c’era già stata, ci ha avvertito delle porzioni generose quindi ci siamo limitate a dividerci due vaschette di patatine (un pound l’una, per una quantità che sfama tranquillamente 2 persone) e un garlic bread al formaggio piccolo. Totale £1,60 a testa, una scemenza insomma.
Ora, io sapevo che il garlic bread era del pane tipo francese o “ciabatta”, come lo chiamano loro, aromatizzato all’aglio (ed eventualmente bello imburrato). Quello che ci han dato era invece una specie di pizza/focaccia alta, palesemente aromatizzata all’aglio e con sopra del formaggio, presumibilmente cheddar, a mò di mozzarella. E vi dirò, ero pronta al peggio, invece male non era.
Mi è affiorato il sospetto che sia la cosa più simile ad una pizza che possa trovare da queste parti… Ma penso avrò modo di indagare ulteriormente.

Nota a me stessa: non uscire mai più con la maglia dei The Muffs. Kim Shattuck, maledizione a te. Passerò agli annali come la tizia che ripete “it’s a fucking punk band!” mentre si fanno le foto con lei manco fosse un’attrazione del circo Barnum.

Cheers!

Allunaggio

Devo iniziare con un post introduttivo. Uhm. So che tanto all’inizio mi leggeranno solo persone che mi conoscono e quindi sanno perfettamente chi sono e cosa sono venuta a fare in un Paese in cui non si usa il bidet e in cui si guida a sinistra (giocare sull’immaginario collettivo è un potente mezzo per le visualizzazioni).
Ma facciamolo, ecco, anche se poi scrivo la pagina About e il paragrafo secondo sarà inutile.

Comunque. Dopo una laurea in Scienze della Comunicazione (sì, lo so, mi sono scavata la fossa da sola) e sette mesi di lavoro precario che più precario non si può in un settore che non era cosa mia, ho deciso di fare il grande salto ed espatriare.
No, non è vero, il desiderio di espatriare ce l’ho da diversi anni, più o meno poco dopo aver cominciato l’università. Diciamo che l’ho solo posticipato.
Ad ogni modo, siccome non ho diciannove anni e l’inglese lo parlo sufficientemente bene, venire in Regno Unito per fare la cameriera o la babysitter sarebbe stato un po’ idiota. Ma sono conscia del fatto che i miei titoli di studio non sono specialistici e valgono meno, per il mercato del lavoro di questo Paese, di quelli dei locali. Quindi eccomi, quasi iscritta ad un’università britannica (martedì ci sarà l’iscrizione vera e propria), in una stanza singola in cui ho meno spazio che in quella che condivido con mia sorella in Italia e a trovarmi a chiedere alla gente “I’m sorry, could you repeat please?”, io che in patria sono una di quelle persone considerate quasi bilingui.
Ah, non l’ho detto ma il sottotitolo del blog è esplicativo: non sono a Londra. A Londra ci vanno troppi italiani, e a me far le cose che fanno tutti non piace. Ma non perché sia hipster. Se fossi hipster sarei a Manchester, o Liverpool. O ad Edinburgh. No, io ho scelto il Nord Ovest dell’Inghilterra, per la precisione Lancaster. Un’ora di treno (e un pezzo di rene) da Manchester, un quarto d’ora dal mare.

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Millennium Bridge, Lancaster
(foto mia, fatta lo scorso luglio)

Ma su queste cose ci tornerò svariate altre volte, mi sa. Vi faccio ora un breve elenco di cose che non ho potuto far meno di notare in questi due giorni scarsi.

Nella pubblicità di Youtube al posto delle credibilissime scenette con Emma Marrone al cellulare ci sono Argos, la Barclays card e la University of Cumbria (di cui qui c’è una sede). E della 500L (wtf?). Come non farti affatto sentire la mancanza del tuo paese di origine.

Da noi nei supermercati il sabato mattina alle 11 si trova il delirio e diverse robe esaurite. Qui o hanno dei rifornimenti enormi oppure evidentemente non hanno il concetto di “spesa per la settimana”. A giudicare da quanti prendono i Sainsbury’s meals, probabilmente molti manco hanno quelli di cucinare, nonostante è evidente che ci provino in tutti i modi a farti cambiare idea. Ad ogni modo, voglio dire una cosa: ho trovato il parmigiano DOP ad un prezzo umanamente accettabile, idem l’olio extravergine (toscano). Posso non cedere al grated Cheddar e al Castrol (cit.). E penso proprio che il problema dei prezzacci sia Londra, non l’UK. O forse semplicemente venendo da Milano mi sembra tutto normale… Boh! Vi giuro, è stato più problematico trovare il sale grosso. Qui pare usino solo quello fino, anche per cucinare. Tre tipi di sale Maldon e solo una marca di sale grosso, in confezione da mezzo chilo. No comment.

Su BBCFour (che non trasmette 24 ore su 24 come fa Rai4) ieri sera c’era Young Montalbano. Sì, il giovane Montalbano, quello con Michele Riondino. Originale sottotitolato in inglese. Stavo cucinando, quindi non ho visto come hanno reso “cabbasisi”.

Nota a me stessa: leggere sempre bene tutto quel che c’è scritto sulla confezione. Altrimenti ti trovi con una scatola di loose tea, fair trade e sicuramente buonissimo, ma per cui ti serve un filtro o un colino che né tu né le coinquiline avete. Per la cronaca, le bustine come le conosciamo in Italia paiono non esserci. Pure Twinings usa quelle in pseudo-tessuto.

Per finire, la grande domanda chi mi attanaglia da che ho bevuto il primo té in questa casa. Come minchia ho fatto a vivere per ventisei anni senza kettle?

Cheers!